BELICE. PUNTO—ZERO

Belìce Punto Zero
a cura di
Mario Mattia, Maria Donata Napoli, Sandro Scalia.
Testi
Alessandro La Grassa, Mario Mattia, Maria Donata Napoli,
Franco Nicastro, Guido Nicolosi, Gianni Petino, Sandro Scalia,

Archivio fotografico storico
Biblioteca Centrale della Regione Siciliana “A. Bombace”/Archivio del Giornale L’Ora.
Fotografie contemporanee
Massimo Cantarero, Alessandra Cremone, Paolo Peloso,
Laura Poma, Sandro Scalia, Francesca Zarba

INGV, Roma 2020

Questo libro nasce da un incontro e, come tutti gli incontri, nasce dal convergere più o meno casuale di sensazioni e di idee. L’incontro tra ricercatori e studiosi nel campo della geologia, con il loro bagaglio di conoscenze tecniche sulle cause prime di quell’evento sismico, geografi e sociologi, interessati all’esplorazione dei legami tra popolazione e territorio, e infine artisti in grado di sintetizzare le impressioni attraverso immagini. 

Da questo incontro tutti hanno imparato qualcosa: per i geologi una lezione sul “tempo”, che non è una variabile insignificante se il loro lavoro è destinato a salvare vite da eventi prossimi venturi; per gli studiosi delle scienze sociali una lezione sulla difficoltà a parametrizzare azioni e risposte delle comunità quando di mezzo c’è una frattura così radicale e traumatica come un terremoto; per gli artisti una lezione sulla necessità del confronto culturale e scientifico. Quello del Belìce, proprio per la sua caratteristica di essere stato il primo dei terremoti catastrofici dell’Italia repubblicana, ha avuto tutti i requisiti per rappresentare un test case sulla risposta nel medio-lungo termine ad un evento che ha scosso le radici stesse di un pezzo di comunità. Tornare lì e confrontare le immagini di oggi con quelle del 1968, nel caso specifico quelle pubblicate dal quotidiano L’Ora e acquisite dalla Biblioteca Centrale della Regione Siciliana “A. Bombace” di Palermo, ha avuto il senso di una verifica. È stato sanato il ritardo di sviluppo economico di questa zona della Sicilia? Sono state ripristinate cultura e abitudini precedenti al terremoto? Le nuove case e le nuove città corrispondono alle aspirazioni di chi quei luoghi deve abitarli e viverli giorno dopo giorno? Qual è l’immagine del Belìce che transita oggi attraverso 

i media e i social? Queste, in estrema sintesi, le domande intorno alle quali si è dibattuto e alle quali si è provato a dare una risposta attraverso tre diversi livelli di lettura. In primo luogo le immagini: quelle drammatiche dei fotografi de L’Ora attenti a cogliere il dramma delle popolazioni colpite, quelle degli anni successivi agli eventi che ci mostrano la durezza estrema di un processo di ricostruzione lentissimo e goffo e infine quelle del territorio belicino così come si presenta oggi, con le sue ferite ancora aperte, in mostra per chi abbia ancora voglia di “guardare” il corpo vivo e ancora sanguinante di questo tessuto sociale. Poi le voci: nessuna intervista, nessuna testimonianza, ma una sintesi delle parole di tanti che convergono in racconti di pochi, simbolici personaggi. Infine l’analisi scientifica: dall’inquadramento di quello che era già, prima del terremoto, un territorio di frontiera, all’apporto degli studi sociologici e al non sempre facile rapporto con i media.

“C’è un momento in cui il viaggio iniziato non può più essere interrotto, corriamo verso una frontiera, passiamo attraverso una porta misteriosa e ci svegliamo dall’altra parte, in un’altra vita”, scrive Isabel Allende in un suo celebre libro e questo è il percorso obbligatorio che la gente del Belìce sta affrontando da cinquanta e più anni. E questo senso di “viaggio nel tempo” ha ispirato anche la scelta di mettere a confronto i fotografi di allora, attraverso il patrimonio di immagini custodito presso la Biblioteca Centrale della Regione Siciliana “A. Bombace”, e i giovani allievi del corso di fotografia dell’Accademia di Belle Arti di Palermo, sotto la guida del Prof. Sandro Scalia. 

A riprova, se ce ne fosse bisogno che, seguendo Proust, “il vero viaggio di scoperta non consiste nel cercare nuove terre, ma nell’avere nuovi occhi”. 

E dal confronto delle immagini del passato con quelle del presente si comprende la paradossale presenza del “vuoto” tra i paesi della Valle, quasi a sottolineare un percorso di ricostruzione dall’alto verso il basso che non è riuscito nemmeno lontanamente a sanare la “ferita” nel corpo sociale e culturale di quel pezzo della Sicilia, producendo piuttosto, come si vedrà, scenografie, scorci instagrammabili e rovine museificate.

Selezione tratta dal libro