Palazzo Comitini

I camerini di porcellana di Palazzo Comitini, Palermo, 2023

Nei complessi apparati decorativi dei palazzi tardo barocchi, gli specchi rivestivano un ruolo fondamentale; illusionisticamente rifrangevano la luce naturale che entrava di giorno dalle finestre, e restituivano di notte quella degli enormi lampadari in vetro di Murano, dove centinaia di candele illuminavano le sale, moltiplicando i baluginii dell’oro degli arredi. 

Sono proprio gli specchi i protagonisti di alcune fotografie di Scalia degli ambienti privati di Palazzo Comitini, come il camerone dell’alcova dei principi, dove il riflesso appena percepibile del lampadario in vetro di Murano viene restituito da un grande specchio ossidato. Un’immagine evocativa che, attraverso la scura patina depositata sulla superficie riflettente, ci restituisce l’emozione di affacciarci per un momento dentro un tempo perduto. Della sala riccamente decorata e affrescata – uno degli ambienti meglio conservati del palazzo – ci viene restituito un dettaglio apparentemente secondario, questo scuro portale temporale che collega il presente al passato, da cui sembra giungere malinconicamente l’immagine riflessa. Stesso insolito punto di osservazione, il riflesso sullo specchio, anche per la Sala Martorana, mentre una seconda immagine in controcampo ci restituisce una panoramica dove il punctum è il ritratto (1770 ca) del principe di Comitini Michele Gravina e Gravina, piccolissimo: un puntino blu nell’immensità della sala. 

L’illusionismo prospettico, che connota gran parte degli affreschi, tra cui quello di Gioacchino Martorana (1735-1779) della galleria, ritorna nella sala del vestibolo, questa volta affidandosi alla pittura trompe l’oeil, con le quadrature che simulano una loggia affacciata su un paesaggio marino, tra due cortine teatrali. Gli arredi contemporanei, una poltrona di pelle e una scrivania, riconducono alla attuale funzione d’uso del palazzo, che è sede istituzionale. 

Tra gli ambienti che hanno mantenuto intatto il loro fascino, i due boudoir (1766-1770 ca.) della principessa rappresentano una summa del rococò, quel gusto internazionale nato in Francia, caratterizzato da grazia, leggerezza e raffinatezza. Si tratta del nucleo più consistente di immagini fotografiche presenti in mostra, ben nove. Un avvolgente ed intimo ritratto dell’aristocrazia del tempo, che ci restituisce intatta la preziosità degli arredi fissi e l’atmosfera galante di questi ambienti privati dove le dame si ritiravano a conversare durante i sontuosi ricevimenti. Le due piccole sale sono identificabili con i camerini di porcellana, giacchè sulle apposite mensoline che decorano le pareti venivano esposte le collezioni di porcellane cinesi (andate perdute come i piatti originari) seconda la moda delle chinoiseries diffusasi in tutta Europa. Sullo sfondo, i delicati colori pastello delle boiseries, rosa e celeste, decorate con stucchi dorati a motivi vegetali. 

Ancora una volta, tornano gli specchi, qui nella forma di una preziosa collezione di quindici specchi di Murano incisi e incastonati nelle boiseries, raffiguranti scene di genere. I modelli per questi repertori figurativi erano francesi, con scene di dame e cavalieri (fête galante), oppure contadinelle immerse in ambientazioni bucoliche. Vengono in mente i dipinti di Antoine Watteau, François Boucher e di Jean-Honoré Fragonard; in particolare, di quest’ultimo, “L’altalena” del 1767, vero e proprio manifesto del rococò

Giusi Diana