Ideato e curato da Sandro Scalia. Testi di Vincenzo Abbate, Martine Gasparov, Salvatore Anselmo e Gandolfo Librizzi, progetto grafico Paolo Di Vita
Polizzi Generosa, 2025
Più che un reportage, la serie Politij assomiglia a un’avventura estetica, una lunga camminata in soggettiva in cui lo sguardo insegue spazi e tempi risonanti, assecondando l’urgenza del racconto e il desiderio di un’intima partecipazione. Si tratta di empatia per i luoghi, trasfusa in scene che sfiorano la classicità di certe rappresentazioni paesaggistiche, o di certe pratiche classificatorie, ma spingendole un po’ più in là, lungo traiettorie personali, rizomatiche. Narrazione sempre lucida e limpida, quella di Scalia, frutto di quel camminare lento che è pratica attenta di osservazione e registrazione, ma nel solco di un’interpretazione sensibile. Nessuna concessione a retoriche monumentali, vedutismi da cartolina, forzature cromatiche e scenografiche. Si procede così nell’alternanza di frammenti, particelle del tutto in cui l’occhio inciampa e si ferma, mentre il paesaggio è diaframma che si allarga e si stringe, lasciando correre elenchi di oggetti, opere d’arte, specie botaniche, eleganti interni domestici, spazi vuoti e dimenticati.
E poi ci sono le case, i giardini, i roseti, le chiese, gli antichi palazzi nobiliari, gli orti, i magazzini, i resti di antiche architetture rurali, la seggiovia, l’osservatorio astronomico, il museo naturalistico: tutti ambienti che dell’uomo rivelano il passaggio e l’azione. Così l’atlante fotografico di Scalia, in cui si mescolano ampie vedute e dettagli, consente di scoprire i capolavori della Chiesa Madre (dal settecentesco monumento funebre di Placido Caruso, al meraviglioso trittico del fiammingo Rogien Van der Weyden; dalla marmorea Cappella Notarbartolo del 1524, alla finissima custodia eucaristica scolpita in argento); e gli affreschi residui della Chiesa di Santa Croce, gli intarsi barocchi della Chiesa di Santa Maria delle Grazie, i dipinti e le sculture di maestri come Domenico Gagini, Donato Creti, Joannes de Matta, custoditi tra le chiese di Santa Margherita, di San Gandolfo e del Carmine. Pagine di capolavori, spesso restituiti tramite close-up, intervallati da finestre, chiostri, mura di tufo, portali e cancelli riccamente intagliati.
Ma dentro le chiese stesse – come in San Girolamo o Santa Maria delle Grazie – l’occhio del fotografo si imbatte anche in ambienti secondari, in attesa di restauro o temporaneamente adibiti a depositi, tra cataste di banchi di scuola, mobili incellofanati, cimiteri di vecchi organi, inginocchiatoi, seggiole e scaffali consumati. Ancora una volta il tempo del racconto umano e della vita presente scivola via dalle immagini, favorendo il sentimento di un’eterna sospensione.
Così è per certe dimore decadenti, per le giostrine arrugginite affondate nell’erba, per i giardini spogli con arredi lisi, per la carcassa di un’automobile rovesciata, abbandonata in un angolo di bosco, ma anche per le collezioni di animali impagliati conservate nel Museo Ambientalistico Madonita: luoghi e reperti immobili, muti, da cui filtra un senso profondo di malinconia.
E tutto si compenetra, tra le pagine del libro: gli ambienti chiusi e quelli aperti, gli spazi vissuti e quelli incontaminati. La stessa compenetrazione che di fatto si registra nel “gran teatro di delizie” di Polizzi Generosa, per usare un’efficace espressione tratta dal testo di Vincenzo Abbate: la natura qui abbraccia, pervade, si insinua, esplode, accompagnando il fluire dei giorni e disegnando orizzonti al di là di ogni finestra, apertura, curva, soglia, inquadratura.
Helga Marsala (artribune.com)





































































