Galleria d’Arte Moderna, Palermo 2000, testi di Marcello Faletra, Roberta Valtorta, Charta Editore, Milano 2000
Focus on Italy, Columbia University, Casa Italiana Zerilli Marimò, New York 2001
La Palermo di Scalia, e di tutti — Roberta Valtorta
Guardo le molte fotografie che Sandro Scalia ha realizzato nell’arco di quasi un decennio a Palermo. Ciò che vedo non è una, ma molte città; non una, ma molte visioni fotografiche. Non solo molti cemi, ma molte visioni appunto, cangianti, provvisorie. Strisce, rettangoli, frammenti colorati e in bianco e nero che, più che arrivare a racchiudere la cictà, la rincorrono mentre essa fugge e muta.
È possibile, ed è possibile oggi, forografare una cictà, definire l’identità attraverso immagini organizzate?
Lascio il computer e mi alzo, vado alla mia libreria e dallo scaffale colgo ancora una volta Le città invisibili di Italo Calvino, un libro che molto spesso ho consultato per cercare di capire la complessità della città. Guardo l’indice che rivela lo schema creato da Calvino, articolato in capitoli e temi e brevi pezzi scritti che introducono e chiudono, un montaggio attraverso il quale lo scrittore – forse più pensatore che scrittore, come Calvino a volte fu – cerca di “misurare” il problema. Mi viene subito in mente un altro volume, Pensare/classificare di Georges Perec, amico di Calvino e come lui ossessionato dall’interrogativo se sia possibile o meno raccontare, se sia possibile o meno descrivere, e come lui vicino alla fotografia e ai suoi meccanismi.
Un labirinto. La città appare come un labirinto irto di luoghi, spazi della storia e della natura in dialogo o in conflicto fra loro, desideri, concetti, paure, simboli, stratificazioni di senso. Nella sua introduzione Calvino scrive: “….c’è stato un periodo in cui paragonavo le città al cielo stellato. e in un altro periodo invece mi veniva sempre da parlare della spazzatura che dilaga fuori dalla citta di ogni giorno”. Parla di un viaggiatore visionario che “racconta di città impossibili, per esempio una città microscopica che s’allarga e risulta costruita di tante città concentriche in espansione, una città-ragnatela sospesa su un abisso, o una città bidimensionale come Moriana”. Ci dice infine, fra le molte cose, che ciò che sta a cuore a Marco Polo é “scoprire le ragioni segrete che hanno portato gli uomini a vivere nelle città”.
Palermo è una delle molte città possibili.
Un fotografo di ieri avrebbe tentato di scavarne l’identità, ancora fiducioso nella forza descrittiva della fotografia e nella sua capacità di aderire alía realtà, e di raccontarla. Un fotografo di oggi, quale Sandro Scalia è, lascia che le immagini scorrano sulla complessa identità di Palermo, cosciente che la fotografia altro non è che un modo per raccogliere sparsi segni: impronte di molte cose che si presentano alla visione del fotografo.
Sappiamo che il fotografo è un grande camminatore, è, a volte, il flâneur di cui ci parla Walter Benjamin: percorre i luoghi della città e insieme vive pezzi della sua vita, raccoglie frammenti e li fissa, avido o pensoso.
Talvolta misura lo spazio, calvolta cerca di ricongiungere il tempo che percepisce fuori di sé e il tempo che scorre dentro di lui. Questo è, infine, l’agire del fotografo.
A Palermo Scalia ha composto più città, luoghi diversi nei quali si incrociano figure di bambini, nuove urbanizzazioni, mercati, giardini, interni di chiese, donne dallo sguardo arabo, cieli, luna park, il porto, il mare, grandi condomini, graffiti, storici palazzi in decadenza, piazze, automobili. Colori e bianco e nero, formati diversi. Non si tratta però solo di una differenza di “soggetti” tecniche, ma di continui spostamenti della visione, come si diceva, e dell’esperienza stessa del fotografo. Sono discorsi diversi, come se di volta in volta il fotografo avesse davanti a sé persone diverse e scegliesse voci sempre nuove per poter rispondere alla varietà delle loro voci. Quasi una instabilità, un cremore, indotti dalla città stessa.
Tale è la Palermo di Scalia: inafferrabile – come ogni città – e al cempo presente.
La chiave per accedere al cuore che pure si nasconde in queste diverse Palermo credo scia nella ricerca dei molti segni che caricano le fotografie di Scalia: fitti o sparsi, distribuiti nell’orizzontalità del formato panoramico, organizzati in più abituali formati rettangolari oppure raccolti nel quadrato (è impossibile non percepire le variazioni del campo visivo che il fotografo continuamente ci propone), sono proprio i segni ciò che noi dobbiamo osservare per tentare un avvicinamento alla città. Leggeremo allora molte storie all’interno di una stessa immagine, molti mondi che si sono sovrapposti e stratificati, storie di uomini, di società, di natura, storie così complesse, antiche e poi contemporanee, che non possono essere contenute in una classica sequenza, in una narrazione compatta e tradizionale.
Queste storie stanno piuttosto nei rami intricati di un cespuglio in riva al mare, nella materia delle pietre del porto, nell’erba che nasce dalla pavimentazione di una piazza, nella vicinanza fra segnaletica stradale e graffito giovanile, nella filigrana delle salsicce appese, nella texture delle moto parcheggiate e dei pesci sovrapposti sul banco del mercato, nelle orbite scavate del teschi che sono simili ai decori dorati delle chiese. ai ricami delle luminarie colorate, ai grovigli delie antiche radici delle piante, e simili alle macchie dei muri scrostati e ai cani gialli che dormono sulla strada.
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Focus on Italy — Giovanna Calvenzi
A prima vista si potrebbe ipotizzare che la rassegna datata 2001 si articoli attorno a tre grandi correnti: il fotogiornalismo, la grande tradizione della rilettura del paesaggio e le esperienze più recenti.Tuttavia, e questa è forse la caratteristica peculiare degli autori presenti in questa selezione, la rigida scansione suggerita dall’appartenenza a uno dei possibili “generi” si stempera nell’uso di linguaggi che si intrecciano, che rendono fittizie e di comodo le suddivisioni. Come deve essere, per altro, quando “l’insieme” sul quale si riflette è una realtà in perenne evoluzione, che mutua liberamente i linguaggi da altri generi, che si interroga su nuove realtà, che nasce da una cultura profonda che, come tale, non può appartenere a un unico stile narrativo. Per rendere tuttavia più esplicito il percorso creativo e l’inquadramento degli autori presentati, si è ritenuto opportuno tracciare brevissimi itinerari che definiscono gli ambiti culturali nei quali essi hanno operato e operano. Il fotogiornalismo italiano, per precise ragioni storiche, si è sviluppato soprattutto a partire dal secondo dopoguerra. Negli anni in cui nascevano e rinascevano i periodici illustrati, si radicava anche un’intensa attività fotoamatoriale che faceva proprie le radici linguistiche del neorealismo e della tradizione francese e anglosassone.
La mostra collettiva “View from Abroad. World Capitals photographed by postwar Italian photographers” presenta sedici autori che, professionalmente o amatorialmente, hanno lavorato secondo stili diversi e pulsioni contrastanti e tuttavia legati fra loro dall’entusiasmo per il viaggio e le scoperte che il mezzo fotografico consentiva. Letizia Battaglia propone la straordinaria testimonianza del suo impegno civile contro la mafia. Alle dipendenze del servizio fotografico di un quotidiano siciliano, Letizia Battaglia ha fotografato per anni le stragi, la vita di ogni giorno in una città assediata dalla paura, l’opposizione, la battaglia coraggiosa dei cittadini contro un mostro dalle mille diramazioni. Con una fotografia poetica, struggente, impegnata, ha testimoniato la presa di coscienza della gente di Palermo e ha usato la fotografia per una coraggiosa guerra contro l ’omertà e la morte. Ivo Saglietti e Paolo Pellegrin sono fotogiornalisti, nell’accezione nobile e coinvolta del termine. Nella miopia della stampa e dell’editoria italiana che consente pochissimi spazi al giornalismo per immagini di analisi e di approfondimento, entrambi hanno affrontato con coraggio e in totale autonomia progetti a lungo termine, progetti di denuncia e di impegno che vengono oggi presentati per la prima volta in modo organico al pubblico. Ivo Saglietti si è dedicato a ricercare le tracce dello schiavismo in Africa. “Kosovo” di Paolo Pellegrin, uno dei più interessanti autori dell’ultima generazione internazionale, è un progetto realizzato in oltre due anni, una testimonianza dura e accorata contro la stupidità di tutte le guerre. La tradizione della nuova fotografia di paesaggio italiana ha invece una storia recente. Il suo momento più alto risale forse al 1984, anno in cui Luigi Ghirri concepì e presentò al pubblico la mostra “Viaggio in Italia”, una collettiva di autori che esprimevano nuova consapevolezza nella lettura del paesaggio. Un paesaggio nobile e antico, profondamente modificato dal dopoguerra in poi dalla speculazione, dall’incapacità di gestire una consapevole e necessaria trasformazione.
La “stagione” del paesaggio italiano coinvolge dapprima i fotografi quindi gli stessi Enti pubblici che iniziano in modo progressivamente sempre più ampio ad affidare ai fotografi il censimento dei beni architettonici e urbanistici di molte città. Luigi Ghirri, Guido Guidi, Vincenzo Castella (ognuno di loro è presente a “Focus on Italy ”) sono fra i protagonisti di questa straordinaria fioritura creativa, variegata nei temi e nei linguaggi, destinata ad influenzare per almeno due decenni la fotografia italiana ed europea. Ed è quindi di grande interesse vedere, accanto alle personali di Ghirri, Castella e Guidi , “Lo spirito dei luoghi” , l’ultima campagna fotografica, in ordine di tempo, realizzata per volontà della Regione Piemonte. Quattro autori diversi, con esperienze e linguaggi complementari, che rileggono il patrimonio architettonico torinese (Mimmo Jodice), il territorio montano e collinare (Roberto Bossaglia), le realtà industriali e artigianali (Mauro Raffini) e il paesaggio delle acque (Bruna Biamino). Sandro Scalia, che presenta “Le città di Palermo”, si inserisce a pieno titolo nella corrente dei nuovi paesaggisti pur avendo rinunciato alla fiducia nella forza descrittiva della fotografia a favore di un suo utilizzo più sognante: non una narrazione coerente alla realtà, la sua, bensì una “raccolta di segni sparsi”, impronte sedimentate, i volti possibili delle molte città stratificate che abitano Palermo.
Moreno Gentili offre invece una selezione di immagini che raccontano il suo itinerario narrativo. La sua realtà è urbana, nasce dal confronto diretto e sofferto con il corpo profondo delle città mutuato dal suo sguardo obliquo, a volte reiterato, che scende nelle pieghe delle sofferenze del vivere e del lavorare contemporanei e nel tentativo di metterne a nudo l’essenza. Mario Giacomelli non ha bisogno di presentazioni. Grandissimo poeta dell’immagine era stato scoperto dal Museum of Modern Art di New York già negli Anni Cinquanta. Anticipatore di linguaggi, raffinato cantore delle miserie e della sofferenza, interprete sensibile dei grafismi del paesaggio marchigiano, è scomparso quest’anno lasciando la fotografia italiana orfana di un grande maestro.
Il riflesso che l’arte contemporanea ha esercitato sulla fotografia di tradizione ha spostato fortemente, come mai prima di questi anni recenti, l’area di ricerca della fotografia che ha sempre ruotato attorno al binomio documento-interpretazione e che oggi ha scoperto confini non più misurabili. A rappresentare le tendenze della fotografia contemporanea italiana una mostra collettiva, “Studio Marangoni’s Faculty Show”. Undici docenti dello Studio Marangoni di Firenze esplorano tecniche tradizionali (fotomontaggi, foro stenopeico), linguaggi, codici narrativi, affrontano il paesaggio, il gesto, i sentimenti, le icone sociali, il vagabondaggio visivo… Undici modi di rileggere la realtà, di interpretarla, di manipolarla,di trasformarla.






































































































