Giumentaro (Caltanissetta/Enna), fotografie, video e reperto, 2008
Galleria Francesco Pantaleone, Palermo 2008
Galleria Andrea Ingenito, Milano 2014
In Sicilia lo zolfo ebbe un ruolo primario per l’economia dell’isola e lo sfruttamento dei giacimenti era già praticato dalle popolazioni indigene e poi dai greci.
A partire dal 1700 con la rivoluzione industriale lo zolfo assunse un’importanza paragonabile a quella del petrolio nell’economia attuale, tra Ottocento e Novecento portò l’isola al monopolio mondiale fino al declino dovuto ad altri sistemi di estrazione e soprattutto alla produzione diretta dal petrolio degli anni 40/50.
Negli anni successivi alla seconda guerra mondiale gran parte delle miniere bloccarono l’estrazione perché divenute antieconomiche.
Le miniere di zolfo sono tristemente ricordate nella letteratura pirandelliana in “Ciàula scopre la luna”, perché il loro sistema di coltivazione ha contribuito a sviluppare il fenomeno dello sfruttamento sul lavoro, soprattutto dei minori. La parte più cruda di questa attività la svolgevano i carusi, ragazzini che in giovanissima età (da 7 ai 12 anni ) venivano usati dalle miniere per scendere nelle gallerie a diverse centinaia di metri sotto terra completamente nudi per il forte caldo, caricare sulle loro spalle le pesanti sacche piene di zolfo, per poi risalire verso l’esterno attraversando gli stretti cunicoli.
Il lavoro in miniera segnava il caruso per tutta la vita: subiva violenze di ogni tipo, era affetto da malattie agli occhi, rachitismo, deviazione alla colonna vertebrale.
La miniera Giumentaro, situata nel centro della Sicilia (Caltanissetta/Enna) attiva dal 1839, ha subito la stessa sorte e fu chiusa nel 1970. Tutto quello che vi è contenuto viene tutt’ora vandalizzato.
In questa miniera vi lavoravano diverse centinaia di minatori e molti carusi, la loro memoria giace all’interno dei locali (schede personali, Stati di famiglia, referti medici, tabelle orarie di presenza e compensi ecc.) sparsa per tutti i locali.
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L’interesse per il paesaggio che attraversa da sempre il lavoro di Sandro Scalia, all’interno di una radicata e mai scontata consuetudine con i generi della fotografia storica, si è spinto, in occasione di ‘Giumentaro’, ben oltre i prevedibili tracciati di una ricerca sul campo, alla scoperta di un territorio – quello della Sicilia più interna – familiare, eppure ogni volta sorprendentemente nuovo. Sfidando le insidie della natura più ostile, fin dentro le viscere dell’entroterra più selvaggio, la scoperta di una vecchia miniera dismessa, e dei relativi uffici ormai diruti, è stato il pretesto per capovolgere la visione, che da esterna diviene interna, per tessere dunque ‘da dentro’, questa volta, la geografia intima di una vicenda umana e storica del tutto obliterata e adesso rimessa al filtro di una tensione immaginativa serrata e incalzante nella narrazione.
Nell’ammaraggio di una ricognizione video ribassata sull’orizzonte accidentato di un archivio di carte senza nome, stratificazione di una memoria senza possibilità alcuna di racconto, le algide geometrie di un interno, disegnate al netto di un’abbacinante sovraesposizione luminosa, riscattano la materia detritica e residuale del dato di realtà alla immaterialità lattiginosa di una dissolvenza della fotografia e dell’immagine video che è insieme risarcimento e conciliazione del danno di un destino troppo spesso ingrato e ingeneroso, di consunzione e azzeramento di ogni possibilità esistenziale. (Davide Lacagnina)























































