mezze luci-half lights

Palazzo Ziino, Comune di Palermo, Assessorato alla Cultura, a cura di Davide Lacagnina, 2008

Città alla fine dell’impero — Davide Lacagnina

Il corpo della città è quello di un gigante atrofizzato, sprofondato nel suo giaciglio e impedito nei movimenti. Lo si può trovare al massimo sul lettino del chirurgo, per interventi più o meno complessi, e necessariamente in anestesia locale. Perché non c’è narcosi che possa comprendere dolore così vasto. A ritmo ormai quotidiano, infatti, mutilazioni, suture ed innesti di protesi vengono inflitti ad un paziente intorpidito, e tuttavia lucido testimone di un’emorragia che sembra inarrestabile. Articolazioni urbane cresciute a dismisura non rispondono più ad alcun progetto, a monte di una situazione di fatto ormai sfuggita di mano ad architetti, urbanisti, sociologi e amministratori, incapaci molto spesso di dialogare fra loro e soprattutto di far dialogare i propri intendimenti con la città, di mettersi cioè in ascolto di ciò che ogni universo metropolitano ha da dire. 

È forse anche per questo motivo che già per tempo l’architettura ha provato a riannodare le fila di quel dialogo con l’arte cui talune poetiche del Novecento avevano rinunciato, spezzando in maniera traumatica la continuità storicamente fondata nella cultura occidentale fra il disegno della città e le forme della sua rappresentazione. È in fondo la prospettiva critica temerariamente intrapresa dalla X Biennale di Architettura diretta da Richard Burdett, in cui l’ampia partecipazione di artisti, accanto a quella di urbanisti e architetti, era motivata dall’esigenza di una lettura delle megalopoli del terzo millennio finalmente ‘allargata’ alla sensibilità e alla creatività di osservatori attenti a cogliere falle e contraddizioni non solo dell’architettura contemporanea, ma più in generale di quel processo degenerativo a seguito del quale le città sono presto diventate territorio di nessuno.

Non era, e non è, chiaramente solo colpa dell’architettura se le città, oggi, sono quello che sono: è un problema di responsabilità politica in prima battuta. Se le città sono specchio dei mutamenti sociali, economici e culturali che ne segnano trasversalmente la storia e la geografia, allora diventa soprattutto responsabilità di un consapevole indirizzo di politica culturale farsi carico dell’equilibrio possibile fra queste diverse istanze, in cui la qualità della vita non può essere sacrificata sul tavolo del profitto e della speculazione. Il disastro di periferie infinite, il degrado inarrestabile dei centri storici, la mancanza di collegamento fra i più diversi strati d’urbanizzazione sono solo gli aspetti più vistosi del fallimento di quella ‘attraversabilità’ delle città contemporanee contro cui trova resistenza la suggestione di una modernità liquida, ubiquitaria e onnivora, e che tuttavia, nello stretto giro di pochi anni, è diventata non a caso ‘paura’: espressione di un disagio crescente nei confronti di cambiamenti di cui si è perduta coscienza e di fronte ai quali ogni capacità di lettura è stata derogata troppo frettolosamente alle oligarchie del potere economico e politico.

Notturni

La serie dei Notturni realizzata a partire dal 2007 costituisce il nucleo più intenso della ricerca di Scalia degli ultimi anni, perché ne rappresenta il volto più autentico e insieme quello più spigoloso. Esiste un filone della fotografia internazionale che lungo tutto il corso della sua storia si è confrontata con il tema dell’esterno/notte metropolitano – dalla Parigi di Atget dei primi del secolo alla suggestione della sua lezione nei surrealisti appunto e nei cineasti della Nouvelle vague, passando per Robert Frank, per arrivare alle più recenti ricerche di Barbieri, Basilico, Belinchón (per fermarsi alla B…) – di cui anche Scalia partecipa con questo suo personale e caratterizzato contributo inedito, in cui la città ostenta sfacciatamente il suo volto meno conosciuto, quello respinto ai margini di ogni considerazione, libero dagli apparati dell’istituzione e dalle esigenze di  proiezione di un’immagine ben precisa all’esterno. È la città dei quartieri-dormitorio, delle periferie senza qualità e senza servizi, in cui tuttavia l’anima dei luoghi prende fiato e riesce a respirare, finalmente svuotata dagli assilli e dagli ‘assalti’ della quotidianità. E pure nel degrado, nelle more di un’architettura che ha mancato clamorosamente la sua missione, fabbricando contenitori anonimi e disumanizzanti, Scalia è riuscito a mettere a fuoco tutta la bellezza disperata del cemento e dell’asfalto, rincorrendo con la macchina fotografica impeccabili geometrie, partiture stereometriche in cui ogni tensione trova il suo scioglimento, complice ancora una volta una luce ‘strozzata’ che sospende il giudizio e lascia intravedere possibilità inespresse.

Sequenze di vie, alberi, segnali stradali, balconi illuminati, teorie di vetture parcheggiate, rifiuti accatastati, algidi profili architettonici disegnano una mappa della città che è soprattutto mentale, espressione di uno stato d’animo di sconforto e di desolazione, in cui ogni utopia urbanistica viene meno, in cui ogni buon proposito di riscatto attende una verifica e una piena assunzione di responsabilità. L’estrema ricercatezza dei tagli, la matura regia di ogni scatto, il controllo teso e tuttavia mai soverchiante della forma, non servono mai velleità mistificanti o estetizzanti. Nessun compromesso è del resto possibile. La franchezza della ripresa non ammette deroghe e inchioda ad un coinvolgimento esclusivo e totalizzante; che non esime nemmeno il più estenuato degli indugi contemplativi dall’acquisizione di un punto di vista ‘militante’ e schierato, senza remore, accanto a quello del fotografo.