La Nuova Scuola di Fotografia Siciliana, Galleria Credito Siciliano, a cura di Giovanni Chiaramonte, Acireale 2011
Galleria Gruppo Credito Valtellinese, a cura di Giovanni Chiaramonte, Milano 2012

Fotografi di un’isola plurale.
La fotografia come questione della lingua — Giovanni Chiaramonte.
Luigi Capuana, Giovanni Verga e Federico De Roberto, gli scrittori del Verismo in letteratura, lasciano la Sicilia, in cui sono nati rispettivamente nel 1839, nel 1840 e nel 1861, e si trasferiscono prima a Firenze e poi a Milano per riuscire aelaborare una lingua letteraria adeguata al destino dell’uomo nel tempo che era stato dato loro di vivere. Soltanto nella lingua parlata e scritta tra Firenze e Milano, come Alessandro Manzoni, questi autori trovano la maniera narrativa adeguata, per rappresentare i personaggi dell’isola in cui sono nati e farli diventare patrimonio comune della cultura italiana e occidentale.
La forma originaria e la forza icastica del dialetto siciliano, insieme alla soggettività psicologica degli autori, devono morire a se stessi e riformularsi in una forma letteraria comune e in una struttura drammaturgiça oggettiva e universale, uniche dimensioni della lingua capaci di consentire la rappresentazione e la comunicazione della dimensione chiamatà realtà. All’interno della poetica del Verismo, questi scrittori si dedicano in maniera continuativa anche alla fotografia, ma le loro immagini non riescono a raggiungere alcuna valenza artistica significativa.
E in esse la Sicilia, con le sue figure di uomini donne e bambini, vi rimane impressa come la banale icona di un’affezione privata, a differenza della loro scrittura che riesce a rispecchiare quella indicibile
valenza personale propria della verità dell’uomo e della sua opera.
Nell’eredità del Verismo, è con Luigi Pirandello, Elio Vittorini, Salvatore Quasimodo, Giuseppe Tomasi
Il di Lampedusa, Leonardo Sciascia, Stefano D’Arrigo e Giuseppe Bufalino che possiamo continuare a parlare di un contributo specifico della letteratura siciliana alla cultura italiana e occidentale!
Giovane erede di una delle più antiche e nobili famiglie della storia di Milano e della Lombardia, Luchino Visconti, nel 1941, “girando un giorno per le vie di Catania e percorrendo la piana di Caltagirone in una mattina sciroccosa, si innamora di Giovanni Verga”. Nel breve scritto Tradizione e Invenzione il regista confessa: “A me, lettore lombardo, abituato pér tradizionale consuetudine al limpido rigore della fantasia manzoniana, il mondo primitivo e gigantesco dei pescatori di Aci Trezza e dei pastori di Marineo era sempre apparso sollevato in un tono immaginoso e violento di epopea; ai miei occhi lombardi, pur contenti del cielo della mia terra che è così bello quand’è bello, la Sicilia di Verga era apparsa davvero l’isola di Ulisse, un’isola di avventure e di fervide passioni, situata immobile e fiera contro i marosi del Mare Ionio.
Pensai così ad un film sui I Malavoglia […] nell’entusiasmo di poter dare una realtà visiva e plastica a quelle figure eroiche che hanno del simbolo tutta la forza allusiva e segreta senza averne l’astratta e rigida freddezza […] Se un giorno avrò la fortuna e la forza di realizzare il film sognato su I Malavoglia […] servirà a spalancare uno scenario favoloso e magico dove le parole e i gesti dovranno avere il religioso rilievo delle cose essenziali alla nostra umana carità.” Nel 1947 Luchino Visconti
riesce a tramutare il suo sogno in realtà e insieme ai pescatori di Aci Trezza, che in dialetto siciliano creano al momento i dialoghi del film, realizza La terra trema. In una sorta di ribaltamento del procedimento narrativo proprio dei veristi e di Verga, il neorealista Visconti può utilizzare il dialetto siciliano grazie alla forma comune e alla struttura oggettiva e universale dell’immagine creata dall’obbiettivo. In geniale contemporaneità con la poetica del neorealismo e del film La terra trema, i fotografi siciliani trovano la modalità narrativa capace di inserirli nel contesto della cultura italiana e occidentale, dapprima con Nicola Scafidi, poi con Enzo Sellerio e quindi con Ferdinando Scianna e Letizia Battaglia, sino a Carmelo Bongiorno, Carmelo Nicosia e Sandro Scalia.
Cosi una visibile discontinuità esistenziale e culturale viene posta in essere dagli autori nati nel 1959 come Sandro Scalia o nel 1960 come Carmelo Bongiorno e Carmelo Nicosia. La loro opera si origina consapevolmente e criticamente su altri temi e con modalità visive diverse e non si muove più nell’ambito del giornalismo e dell’editoria, ma nel sistema dell’arte contemporanea.
Anche Sandro Scalia, per mettere a fuoco la propria visione, prende la via del nord, diplomandosi alla Scuola Umanitaria di Milano con Roberta Valtorta che stava diventando una delle figure di riferimento della nuova fotografia di paesaggio, promossa dalle mostre e dai volumi Luogo e identità nella fotografa europea contemporanea del 1983 e Viaggio in Italia del 1984. Tornato in Sicilia e stabilitosi a Palermo, Scalia ha maturato una visione personale capace di mantenere l’indice di realismo proprio della fotografia e, nella salvaguardia della forma e della figura nel visibile, riesce a mettere ancora in scena il dramma del contemporaneo isolano.
Scrive Roberta Valtorta: “Sappiamo che il fotografo è un grande camminatore, è, a volte, il flaneur di cui parla Walter Benjamin: percorre i luoghi della città e insieme vive pezzi della sua vita, raccoglie frammenti e li fissa, avido o pensoso. Talvolta misura lo spazio, talvolta cerca di ricongiungere il tempo che percepisce fuori di sé e il tempo che scorre dentro di lui. Questo è, infine, l’agire del fotografo (…] Scalia ha composto più città, luoghi diversi nei quali si inerociano figure di bambini, nuove urbanizzazioni, mercati, giardini, interni di chiese, cieli, lunapark, il porto, il mare, grandi condomini, graffiti, storici palazzi in decadenza, piazze, automobili. Colore e bianco e nero, […] non si tratta però solo di una differenza di soggetti né di scelte tecniche, ma di continui spostamenti della visione e dell’esperienza stessa del fotografo”.
Il formato prediletto da Scalia è quello stretto e lungo dato dalla proporzione 1 x 3 e, nell’immagine policentrica ed eccentrica propria della cultura barocca, riesce cosi a rimettere in movimento lo sguardo dell’osservatore verso il senza fine che, nell’orizzonte del mondo visibile, continuamente cerca l’invisibile. profondità del cuore.



























